Le arance di San Valentino

Un stesso tema può essere affrontato in maniera trasversale dal punto di vista fotografico. La tradizionale processione di San Valentino del 14 febbraio ci ha dato modo di conoscere l’affascinante mondo di Vico del Gargano e degli agrumeti che sono tipici di quella zona. Dal punto di vista iconografico si può pensare a:
– i classici still-lifes (per esempio fondo scuro e fondo bianco),
– foto dei frutti sulla pianta
– paesaggi con vedute del paese
– réportage classico la cerimonia religiosa, la processione, la banda.
I veri protagonisti nel caso della processione (che ovviamente si presta ad un trattamento fotografico più esteso) sono le varie Confraternite Religiose che, grazie alla dedizione dei confratelli, riescono a mantenere vivo il rituale ancora oggi. Riporto l’elenco il loro elenco dall’articolo di Flavia Scotta su Fuoriporta.info : “Oggi a Vico del Gargano operano ben cinque confraternite: l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, la Confraternita dei Cinturati di Sant’Agostino e Santa Monica e la Confraternita della Morte e Orazione (XVI – XVIII secolo); la Confraternita dei Carmelitani Scalzi (inizi XX secolo) ed infine la Confraternita di San Pietro.”
Per finire traggo da un bel testo di Gianni Lannes qualche informazione sulla coltivazione degli agrumi a Vico.
“Grazie ai privilegi del microclima, alla eccellente preparazione agronomica dei contadini, ma soprattutto alla presenza di centinaia di affioramenti sorgivi d’acqua dolce, in loco prese il via nel ‘700 una sconosciuta avventura dell’agrumicoltura italiana. Annota nel 1791 l’economista Galanti: «Vi sono frutti squisiti e vari; e aranci migliori di quelli di Sorrento in Vico, Ischitella, Peschici e Rodi. Vico e Rodi sono i paesi di maggior traffico di tutta la provincia. Vico tiene 6 trabaccoli con case che trafficano per Trieste, per Venezia, e per Ancona di agrumi. Rodi tiene otto trabaccoli e dodici mezze barche o sieno pinchi da viaggio». A fine ‘800 questa minuscola area produttiva con 340 mila piante distribuite su 540 ettari produceva con metodi naturali (autenticamente biologici) ad ogni stagione, 100 milioni di frutti (circa 15 mila tonnellate). Vi furono annate, come nel 1847, in cui la rendita dei limoni superava il valore di proprietà del fondo. Nel 1877 quando le arance siciliane si vendevano a 16,6 lire al quintale, quelle garganiche -in considerazioni delle straordinarie qualità organolettiche- spuntavano alla contrattazione anche 36,6 lire.
Al mirabolante guadagno economico, tuttavia, non presero parte contadini e braccianti che, alla stregua di servi della gleba ricevevano, si fa per dire, quando non venivano pagati in natura (con cibo), i più bassi salari del regno Savoia. Dopo la feroce repressione del brigantaggio (una rivolta sociale) pre e post unitaria, risolta nel sangue e nell’emigrazione forzata verso le Americhe, il promontorio garganico iniziò a svuotarsi di presenze umane con grave danno per la civiltà agrumaria. Una società della passività sofferente: “animali erbivori” li definirà nel 1880 la Società italiana di Etno-antropologia. 23 anni dopo l’annessione d’Italia finanziata dalla massoneria inglese, l’Inchiesta agraria di origine parlamentare rileverà «le deficienze alimentari le precarie condizioni abitative, l’analfabetismo, l’alto indice di mortalità».
Il mercato agrumario trascinato dalla domanda inglese e nordamericana, consentì di realizzare alla classe dominante di latifondisti e proprietari terrieri, (feudali e borghesi) profitti eccezionali fino alla crisi del primo ‘900, quando gli Stati Uniti d’America introdussero la tariffa Dingley (un dazio di 3,80 lire per cassa d’agrumi). La domanda delle città mercantili -Napoli, Trieste, Venezia, Vienna, Ragusa- e degli Stati nazionali, aprì un’area periferica dell’Europa a un complesso di relazioni non esclusivamente commerciali fino al primo dopoguerra. Oggi sopravvivono miracolosamente i segni della massacrante fatica dei senza terra – le gore che incanalano l’acqua sorgiva, le plurisecolari siepi di leccio – ma a prevalere, è ancora un sistema economico eterodiretto come ai tempi dei “galantuomini”. Nel Gargano come del resto, nell’intero Mezzogiorno d’Italia -a causa del neo colonialismo imperante- emigrano o muoiono soprattutto le intelligenze.” (testo di Gianni Lannes dal suo blog)
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